“Quasi forzando l’aurora nel cuore della notte…”. Pensieri condivisi sul messaggio di Papa Francesco per la 57a giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.

Partiamo dall’inizio. Come per ogni cosa, il suo inizio contiene tutto, è la chiave per comprendere. Allora: perché la Chiesa ha chiesto a tutto il mondo di avere un giorno in cui pregare per le vocazioni?

Andiamo nel 1964, papa San Paolo VI, nell’anno che precede la chiusura del Concilio Vaticano II, ovvero un momento storico di crescita per tutta la Chiesa, che mentre interrogava se stessa interrogava anche il mondo attorno a lei. Perciò Paolo VI, nel radiomessaggio della 1a giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, descrive, in apertura, il contesto mondiale che chiede nuove vocazioni (nello specifico sacerdotali, secondo il contenuto di quel messaggio). Guardare il mondo che ci circonda, fa risultare la domanda del perché occorra pregare il Signore che metta nel cuore di uomini e donne il desiderio di amare, di servire, di dare la vita. Una vocazione è per il mondo, a partire da chi ho accanto. Una vocazione, quando è vera, c’ha il mondo dentro. In una vocazione vera si vede il mondo! E per comprendere la vocazione, bisogna saper leggere il mondo attorno.

Di quale mondo parlava Paolo VI? Vedremo che la sua visione è molto valida anche oggi.

Un mondo che ha “accresciute necessità di cura” (e di cura pastorale): quanto anche la nostra realtà, oggi più che mai, rivela che il mondo ha bisogno di uomini e donne con la cura nel cuore, cioè che sappiano abbracciare le cose e le persone con cura!

Un mondo moderno e inquieto, bisognoso di chiarezza e di luce, che chiede maestri e maestre, padri e madri comprensivi, aperti, aggiornati. Che meraviglia! Il mondo ha bisogno di padri e madri, cioè di persone che amando, generano la vita, che fanno della loro vita un atto di amore, un regalo per qualcuno! L’inquietudine, anche di questo tempo, l’incertezza, la ricerca di chiarezza e di luce, non chiedono primariamente soluzioni (per quanto necessarie), ma paternità e maternità, uomini e donne capaci di dare la vita. Poi aperti e aggiornati: il mondo, anche oggi, chiede uomini e donne capaci di stare al passo del tempo, capaci di pensare nella comunione, ovvero tenendo conto dell’altro.

Un mondo fatto di lontani, indifferenti e ostili, che nonostante questo possono essere raggiunti. Le vocazioni “servono” per arrivare lontano, custodire chi è distante, e vincere l’ostilità e l’indifferenza. Se io vedo qualcuno che veramente da la vita per me, per quanto lontano o ostile io possa essere, non posso rimanere indifferente.

Un mondo che manca di mani sacerdotali, non solo quelle dei preti, ma mani di tutti coloro che sappiano offrire la vita per unire quella di altri al Signore, fonte viva di salvezza. Un mondo che cerca ancora mani che danno la vita. Questo è il contesto nel quale le vocazioni nascono.

Papa Francesco, nel messaggio di questo anno, propone, nel mondo che oggi accoglie vocazioni, alcune parole che descrivono la vocazione.

Sulla trama del racconto evangelico di Mt 14,22-33, nella quale contempliamo “la singolare esperienza capitata a Gesù e Pietro durante una notte di tempesta sul lago di Tiberiade”, il pontefice tesse il suo messaggio, indicando quella scena come paradigma della vita, che avanza lentamente, sempre inquieta perché alla ricerca di un approdo felice, pronta ad affrontare i rischi e le opportunità del mare, ma anche desiderosa di ricevere dal timoniere una virata che conduca finalmente verso la giusta rotta.

In questa barca che è la vita (l’immagine rimanda inevitabilmente alla meditazione di Francesco, il 27 marzo scorso, http://www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2020/documents/papa-francesco_20200327_omelia-epidemia.html), può capitare di perdersi, di illudersi, di sfidare i venti contrari delle paure, dei dubbi e delle difficoltà. Tutte cose che portano fuori, che dis-traggono chi deve accogliere e scegliere come amare, come dare la vita. Cose anche che possono far desistere dalla ricerca, dal viaggio, dal discernimento. Se la vita è una lotta (come cantava Renzo Arbore…), allora che vale scegliere, stare nel cuore con le domande giuste, chiedersi come amare? Eppure è proprio dentro le crisi, le paure, i dubbi, che nascono i pensieri decisivi per riconoscere e accogliere la vocazione. Nella vita contano i luoghi in cui ci facciamo le domande giuste, non quelli in cui troviamo le giuste risposte! Stare nella domanda è stare nel cuore. Stare nel cuore vuol dire anche non lasciarsi vincere dalla paura di non farcela, di non essere all’altezza.

Il Vangelo consegna però questa realtà: in questo viaggio della vita, nel discernimento della vocazione, non siamo soli!

Con un’icona bellissima, il Papa spiega questa realtà. “Il Signore, quasi forzando l’aurora nel cuore della notte, cammina sulle acque agitate e raggiunge i discepoli, invita Pietro ad andargli incontro sulle onde, lo salva quando lo vede affondare, e infine sale sulla barca e fa cessare il vento”.

Questo è il momento di innesto della vocazione nella vita. La vocazione è il giorno che vuole farsi in noi, è la luce che deve splendere e che non possiamo trattenere.

La prima parola della vocazione è, allora, gratitudine. La condizione per scoprire e abbracciare la vocazione è avere un cuore allenato e aperto alla gratitudine. Un cuore così sa riconoscere uno sguardo amorevole con cui il Signore stesso gli si è fatto incontro, magari proprio mentre la barca della vita era in preda alla tempesta. La vocazione è sì una scelta personale, ma questa contempla la risposta a quell’incontro che ti ha salvato, a quello sguardo amorevole che ti ha aperto il cuore, ti ha salvato dalla deriva dei tuoi pensieri, ti ha dato una direzione e un porto sicuro. La vocazione arriva quando il cuore si apre alla gratitudine per aver riconosciuto e accolto nella vita chi ti ha dato una direzione, la giusta rotta, finalmente.

La seconda parola è coraggio. Dopo la gratitudine, c’è una tentazione da vincere: l’incredulità. “Ciò che spesso ci impedisce di camminare, di crescere, di scegliere la strada che il Signore traccia per noi sono i fantasmi che si agitano nel nostro cuore”. Ci sono pensieri che ci prendono il cuore e ci possono bloccare: sarà la strada giusta? sarà lui, sarà lei? davvero il Signore mi chiama ad essere prete? E allora iniziamo a prendere abbagli su abbagli, ad illuderci, ad avere paura e credere che la vocazione sia un problema, un fantasma da scacciare. Di stare dentro una vita che tanto non si risolve, come una barca in balìa delle onde. Questo tipo di pensieri vanno conosciuti e riconosciuti, visti insieme e consegnati ad una guida spirituale, ad un padre che sa accompagnarti anche dentro la crisi e ricordarti che la tua vita è fatta per amare, per avere cura di qualcuno. Che ogni dubbio non può essere più forte di questo.

Continua Papa Francesco: “Il Signore sa che una scelta fondamentale di vita, come quella di sposarsi o consacrarsi in modo speciale al suo servizio, richiede coraggio. Egli conosce le domande, i dubbi e le difficoltà che agitano la barca del nostro cuore, e perciò ci rassicura: Non avere paura, io sono con te!”. Le cose più difficili della vita, i nodi più stretti del cuore, si risolvono non (o non solamente) attraverso soluzioni, ma attraverso qualcuno, attraverso un volto accanto al tuo…io sono con te! “La fede nella sua presenza che ci viene incontro e ci accompagna, anche quando il mare è in tempesta, ci libera da quell’accidia che ho già avuto modo di definire tristezza dolciastra, cioè quello scoraggiamento interiore che ci blocca e non ci permette di gustare la bellezza della vocazione”. Ci sono pensieri che possono toglierci la bellezza di poter amare, di poter dare la vita. Da questi non bisogna lasciarsi affondare.

La terza parola è fatica. Il papa la declina come impegno. Ogni vocazione è il modo in cui concretamente, in un tempo, in un luogo, nella vita di qualcun altro, la propria vita diventa un regalo, un atto di amore che salva. Ogni vocazione comporta un impegno, un legame con la realtà, povera e quotidiana, della vita degli altri. Questa certezza di impegnarsi per la vita di un altro, deve farci prendere coscienza che i venti contrari del timore, della rassegnazione, del carico delle responsabilità, non hanno più potere su di noi. Gesù, nel Vangelo, mette a tacere questi venti contrari.

Dal messaggio di Francesco, leggiamo così: “Nella specifica vocazione che siamo chiamati a vivere, questi venti possono sfiancarci. Penso a coloro che assumono importanti compiti nella società civile, agli sposi che non a caso mi piace definire i coraggiosi, e specialmente a coloro che abbracciano la vita consacrata e il sacerdozio. Conosco la vostra fatica, le solitudini che a volte appesantiscono il cuore, il rischio dell’abitudine che pian piano spegne il fuoco ardente della chiamata, il fardello dell’incertezza e della precarietà dei nostri tempi, la paura del futuro. Coraggio, non abbiate paura! Gesù è accanto a noi e, se lo riconosciamo come unico Signore della nostra vita, Egli ci tende la mano e ci afferra per salvarci”.

La quarta ed ultima parola è lode. È un atteggiamento interiore, è l’atteggiamento di Maria, che appena ha accolto lo sguardo amorevole di Dio, ha lasciato le paure ed ha abbracciato con coraggio la sua vocazione, ovvero far nascere la vita nuova.

Ecco il punto di arrivo. “Cantare amantis est”, “Cantare è proprio di chi ama”, scrive Sant’Agostino nel suo commento ai Salmi, meditando sul salmo 32. Una vita che ama è una vita che canta, armonica, che si esprime nella gioia, nella lode, che per questo sa uscire e far uscire dalla tristezza. Una vita che ama, che abbraccia la vocazione, canta il canto della vita nuova, una vita che si spiega quando è donata. Questa è la vita in abbondanza che Gesù è venuto a portarci (Gv 10,10), una vita che se la cerchi c’è ancora e non solo per te. Questa è la parte migliore che non ci verrà mai tolta (Lc 10,42).

“Via Crucis, 6a stazione” – Santuario del Cristo Re a Zouk Mosbeh – Libano.